Nei suoi nuovi abiti, il governo di Elisabeth Borne ha ripreso, fin dall’inizio, un’antica tradizione. Per far votare in piena estate, quando gli animi sono altrove, una grande riforma del pubblico audiovisivo. Il caso è stato gestito senza intoppi. Inaspettata promessa elettorale del candidato Emmanuel Macron, è stata votata senza indugio sabato 23 luglio, dopo tumultuosi dibattiti dentro e fuori l’emiciclo, come un ussaro, da meno di un terzo della rappresentanza nazionale: 157 voti favorevoli, 57 contrari, su 577 deputati…

Questa volta non si tratta dell’ennesima riforma ma di una misura capitale: la fine del canone audiovisivo, pagato con la tassa sulla casa, per garantire e consolidare la radiodiffusione pubblica. Giunto a difendere il progetto davanti ai deputati, il ministro della Cultura, Rima Abdul Malak, lo ha presentato come una tassa divenuta obsoleta, inadatta agli usi contemporanei (la televisione non è più solo uno schermo tra gli altri; la radio fa concorrenza al podcasting e a un moltitudine di piattaforme). Prima di difenderlo come “una misura del potere d’acquisto per 23 milioni di francesi”. La cancellazione avrà effetto quest’anno.

Una certa vaghezza

“Il risarcimento sarà effettuato all’euro più vicino”, ha affermato. Per placare le preoccupazioni, il ministro ha ribadito che lo Stato provvederebbe “finanziamenti sostenibili nel pieno rispetto del pluralismo e dell’indipendenza dei media”. Il canone frettolosamente abolito sarà sostituito da una frazione, votata dal Parlamento, dei 92 miliardi di euro che l’Iva porta allo Stato. Per il momento. Una certa vaghezza avvolge la futura configurazione del finanziamento.

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Nulla, per il momento, garantisce che, prelevato dal bilancio dello Stato, senza vere garanzie legali, sarà al riparo da futuri arbitrati di bilancio, né preservato da un interrogatorio secondo i cambi di maggioranza. Dovremo quindi affidarci alla pubblicità per colmare la mancanza di denaro o liberarcene privatizzandola come già sostenuto dalla RN?

Questa soppressione ha gravi conseguenze per il settore pubblico dell’audiovisivo. Apre una nuova pagina nella sua storia turbolenta, la porta in una zona di incertezza, a seconda delle elezioni. È anche un cambiamento di natura. L’aver stanziato direttamente le entrate, grazie al canone, una tassa legata alla sua missione, garantisce l’indipendenza dei mezzi di servizio pubblico. Ma finanziati dal bilancio statale, si trasformano in mezzi di comunicazione governativi. Già Arte, canale franco-tedesco, rischia di trovarsi in difficoltà: la legge tedesca vieta la cooperazione con i media che dipendono direttamente dal bilancio dello Stato.

Una questione democratica decisiva

Un altro punto di fragilità già visibile: i media pubblici hanno bisogno di visibilità finanziaria su diversi anni per gestire i loro grandi progetti, garantire i loro investimenti a lungo termine in fiction, serie e documentari. Sono anche la base essenziale per finanziare e sostenere la creazione, in particolare cinematografica, garantire l’educazione ai media con Lumni, trasmettere programmi per i giovani, di gran lunga i più educativi.

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Per quasi novant’anni, i canoni garantiscono un solido servizio di informazione e intrattenimento al pubblico, supportato da standard rigorosi ed eccellenza. Al servizio di tutti e in nome dell’interesse generale. Fatti salvi i capricci politici ed economici, cosa accadrà nei prossimi anni?

Questa cancellazione, presentata dal governo come semplice “misura del potere d’acquisto”è stata denunciata da molte personalità che la vedono soprattutto come una questione democratica, decisiva, culturale e informativa.

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Dal 1933…

Il canone è stato introdotto nel 1933, originariamente per i possessori di ricevitori radio, e successivamente adeguato con l’arrivo della televisione nelle case.

L’importo del canone corrente per le famiglie con televisione è di 138 euro nella Francia continentale e di 88 euro all’estero.

I ricavi dei canoni audiovisivi rappresentano 3,14 miliardi di euro.

Per compensare l’esenzione delle famiglie con redditi troppo bassi, lo Stato paga 653,5 milioni di euro.

La quota ha finanziato le organizzazioni audiovisive pubbliche: France Télévisions (Francia 2, Francia 3, Francia 4, Francia 5), ​​Arte France, Radio France, RFO, RFI e l’Istituto Nazionale dell’Audiovisivo (INA).

Sarà abolito quest’anno.

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