Il candidato presidente Emmanuel Macron ha promesso, mercoledì sera 6 aprile su TF1, che, se fosse stato rieletto, le pensioni sarebbero state indicizzate all’inflazione “da questa estate”, “considerando i prezzi” che è balzato del 4,5% in un anno.

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Le pensioni di vecchiaia sono normalmente indicizzate all’inflazione, ma da diversi anni soffrono di una sottoindicizzazione. Nel 2019 il governo aveva così deciso di rivalutarli solo dello 0,3%, nonostante l’inflazione fosse dell’1,8%. Ciò aveva consentito un risparmio da 2 a 3 miliardi di euro.

Il Consiglio costituzionale aveva però censurato la possibilità di estendere questa sottoindicizzazione nel 2020, costringendo il governo a tornare in Parlamento. Infine, Emmanuel Macron aveva proposto la sottoindicizzazione solo per le pensioni superiori a 2.000 euro fino al 2021.

Pensioni erose dall’inflazione

Diversi candidati, come Marine Le Pen o Nicolas Dupont-Aignan, propongono di tornare a una rigida reindicizzazione dell’inflazione, mentre Jean-Luc Mélenchon propone di tornare all’indicizzazione dei salari, come praticata in Francia dal 1948 al 1987.

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Durante i gloriosi anni Trenta, quando i salari crescevano più rapidamente dell’inflazione, questo sistema consentiva alle pensioni di salire al di sopra dei prezzi, consentendo un netto miglioramento del potere d’acquisto dei pensionati.

Tuttavia, con la crisi e la stagnazione dei salari, ma anche con l’aumento dei prezzi, le pensioni di vecchiaia hanno cominciato a essere divorate dall’inflazione. Per limitare la perdita di potere d’acquisto dei pensionati, Jacques Chirac ha quindi deciso di indicizzare le pensioni all’inflazione (tabacco escluso).

Per risparmiare denaro nel sistema pensionistico, i governi successivi hanno cercato per dieci anni di limitare questa indicizzazione all’inflazione. È così che, sotto François Hollande, nel 2014 e nel 2016 è stato deciso il blocco delle pensioni. Uno sforzo, però, sostenibile per i pensionati a causa dell’inflazione affidabile di quegli anni (rispettivamente 0,5% e 0,2%).

Aumento degli addebiti diretti

Un altro trucco del governo è quello di posticipare di qualche mese la rivalutazione: il 1° aprile di un anno, il 1° ottobre dell’anno successivo, poi di nuovo il 1° gennaio dell’anno successivo, che di fatto salva l’anno di rivalutazione…

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Come sottolinea il Pensions Orientation Council (COR) nel suo rapporto di maggio 2021, questi “meccanismi di rivalutazione (ritardi nella data di rivalutazione delle pensioni di base e meccanismi di sottoindicizzazione rispetto all’inflazione) spiegherebbero poco meno della metà (44%) della perdita di potere d’acquisto del dirigente nato nel 1932, e circa un terzo (tra il 32% e il 35%) di quello delle altre generazioni”.

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Tuttavia lo è “l’aumento dei prelievi” pesare sulle pensioni che, secondo il CdR, spiega la maggior parte della perdita di potere d’acquisto dei pensionati. Tanto che, se il loro tenore di vita rimane ancora superiore a quello della popolazione attiva, prima della fine del decennio non potrebbe più essere così.

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