Ordinando la scarcerazione di Alberto Fujimori, oggi 83enne, la Corte Costituzionale del Perù ha messo fine a una lunga saga politica e giudiziaria? Al potere dal 1990 al 2000, l’ex presidente è stato condannato nel 2009 a venticinque anni di carcere per crimini contro l’umanità e corruzione. È stato rilasciato brevemente per la prima volta nel 2017, prima di dover tornare nella sua cella.

La fine di una lunga saga?

Da quando ha lasciato il potere, Alberto Fujimori ha lasciato poco della cronaca legale, non senza una dose di incredibile. Dopo essere fuggito in Giappone, da dove si è dimesso, via fax, nel novembre 2000, poi in Cile, da dove è stato infine estradato nel 2007, è stato riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità nel 2009 per aver ordinato due massacri perpetrati da uno squadrone della morte nel 1991-1992, nell’ambito della lotta contro i guerriglieri maoisti del Sentiero Luminoso. Successivamente è stato anche condannato per corruzione.

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In diverse occasioni, la sua famiglia aveva chiesto il suo rilascio per motivi di salute. Credeva di aver vinto la sua causa alla vigilia di Natale del 2017, quando Alberto Fujimori aveva ricevuto la grazia. Ma la tregua è stata solo breve: questa decisione era stata annullata nell’ottobre 2018. Prima di un nuovo dietrofront, questo giovedì 17 marzo, della giustizia, la Corte Costituzionale ripristina “gli effetti della suprema delibera del 24 dicembre 2017 che ha concesso la grazia umanitaria al denunciante, e ne prevede la scarcerazione”.

A 83 anni, Alberto Fujimori, l’unico detenuto del piccolo carcere di Barbadillo, situato nella caserma del dipartimento delle operazioni speciali della polizia a est di Lima, soffre di numerosi problemi di salute, tra cui problemi cardiaci.

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Alberto Fujimori, una figura che continua a dividere

Oltre vent’anni dopo aver lasciato l’incarico, Alberto Fujimori continua a dividere il Perù: per parte del Paese, è lui che ha sconfitto Shining Path e l’iperinflazione; per altri era solo un caudillo corrotto. Una divisione mantenuta dalle ambizioni politiche della figlia, Keiko, che si è candidata alla presidenza tre volte (2011, 2016, 2021), rivendicando l’eredità paterna.

Segno di questa persistente divisione, il voto di giovedì alla Corte Costituzionale è stato molto vicino: tre giudici hanno votato a favore della liberazione dell’ex presidente, tre si sono opposti. È stata la voce preponderante del Presidente a far pendere la bilancia a favore dell’allargamento.

Le decisioni della Corte Costituzionale sono definitive in Perù. Ma il governo del presidente Pedro Castillo, proveniente dalle fila di una sinistra radicale e che in passato ha dovuto affrontare accuse di simpatia per Shining Path, intende portare il caso davanti alla giustizia internazionale.

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Le battute d’arresto legali dei presidenti peruviani

La condanna di Alberto Fujimori, nel 2009, ha inaugurato una forma di tradizione disastrosa: dall’inizio del XXI secolo i presidenti peruviani sono passati regolarmente dal palazzo presidenziale al tribunale.

Lo scorso settembre la giustizia americana ha dato il via libera all’estradizione di Alejandro Toledo, successore di Alberto Fujimori, arrestato dopo una corsa negli Stati Uniti. Era ricercato dai tribunali peruviani in un caso di corruzione. Alan Garcia, subentrato nel 2006, anche lui preso di mira dalle accuse, ha preferito porre fine alla sua vita nell’aprile 2019.

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Ollanta Humala (2011-2016) è intanto sul banco degli imputati, il suo processo per corruzione è appena aperto. Quanto a Pedro Pablo Kuczynski, eletto nel 2016 e costretto a dimettersi poco dopo, ha avuto problemi anche con la legge. Pedro Castillo, eletto nel 2021, non c’è ancora. Ma deve già affrontare il suo secondo tentativo di destituzione da parte del Parlamento, dominato da un’opposizione che evoca un caso… di presunta corruzione nel suo entourage.

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