I serbi sono chiamati alle urne questa domenica, 16 gennaio, per decidere, con referendum costituzionale, sulla riforma della giustizia. Prevista da diversi anni, questa riforma mira a rafforzare l’indipendenza della magistratura.

L’Unione Europea, la Francia, la Germania, l’Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno accolto con un comunicato congiunto il 14 gennaio “fare un passo avanti verso l’allineamento della Serbia agli standard europei”.

“Resta il sospetto delle autorità”

La Commissione di Venezia, organo consultivo costituzionale del Consiglio d’Europa, ha accolto con favore numerosi progressi contenuti nella riforma. In particolare il fatto che i presidenti di tribunali, giudici e pubblici ministeri non saranno più eletti dall’Assemblea nazionale.

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“Ma la società è così polarizzata e i media controllati dal potere che qualunque cosa dicano il sospetto delle autorità rimane”, deplora un intellettuale che desidera rimanere anonimo. Regna la confusione. “Questa riforma è promossa da un governo che non è europeista, mentre l’opposizione filoeuropea chiede un voto contrario o addirittura un boicottaggio delle elezioni. »

I rischi della politicizzazione non sono esclusi

Alcuni vedono questo referendum come un test prima delle elezioni legislative che si terranno il prossimo aprile. Per facilitarne il passaggio, l’Assemblea nazionale serba ha adottato il 25 novembre una legge che abolisce la soglia minima richiesta al 50% dei partecipanti per considerare valido il referendum.

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La stessa Commissione di Venezia aveva espresso alcune riserve sul futuro della riforma: “Sebbene gli emendamenti costituzionali riveduti abbiano il potenziale per apportare significativi cambiamenti positivi al sistema giudiziario serbo, molto dipenderà dalla loro attuazione”, ed in particolare l’adozione di leggi organiche. Non sono del tutto esclusi i rischi di politicizzazione dei consigli superiori della magistratura e dei pubblici ministeri.

Il Kosovo vieta il referendum sul suo suolo

“Poche persone pensano che loro (le proposte di modifica della Costituzione, ndr) porrà fine, come per magia, alla pratica di lunga data di ingerenza dell’élite politica serba nel lavoro della magistratura”, riporta così il sito di informazione Balkan Insight.

Il referendum, inoltre, alimenta le tensioni con il vicino Kosovo, l’ex provincia serba di cui Belgrado non riconosce l’indipendenza proclamata nel 2008. La Serbia aprirà seggi elettorali sul suo territorio dove vivono 100mila serbi, contrariamente a quanto fatto per le precedenti elezioni. Il 14 gennaio, la polizia del Kosovo ha bloccato due camion che trasportavano schede elettorali.

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La possibile ripresa delle tensioni tra i due Stati

Il primo ministro Albin Kurti, in carica da marzo 2021 – e presidente del partito Vetevendosje (“Autodeterminazione”) che ha fatto della lotta alla corruzione la sua battaglia – ha affermato che“un referendum sul territorio sovrano di un altro Stato non è una pratica accettata da nessun Paese democratico”. E ha ricordato che, se i seggi elettorali non sono aperti per i serbi del Kosovo, possono votare per posta o presso l’ufficio di collegamento a Pristina.

Una fermezza deplorata dalle potenze occidentali che hanno chiamato, nel loro comunicato stampa congiunto del 14 gennaio, “Il governo del Kosovo permetta ai serbi del Kosovo di esercitare il loro diritto di voto”. Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha avvertito: “conseguenze serie” se i seggi elettorali non fossero stati aperti, sollevando i timori di una rinnovata tensione tra i due stati.

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