mercoledì, Settembre 28, 2022
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Lavoratori immigrati sfruttati: con l’avvicinarsi dei Mondiali, questo Qatar che dobbiamo vedere

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Alcune sagome umane zoppicano nell’oscurità della fine della giornata. Di tanto in tanto passa un’auto, che illumina i loro volti, da cui scappano due occhi luminosi rivolti al cielo. Ai loro piedi, cadaveri di bottiglie di vodka e whisky si affiancano a lattine di birra che emergono dalla sabbia. Dall’altra parte della strada, altri uomini ancora sobri osservano il loro vagabondare mezzo divertito, mezzo invidioso. Ma tutti questi non sono i soli ad abitare lo strano paesaggio. Accovacciati dietro le auto parcheggiate sul ciglio della strada o nascosti tra due camion abbandonati, fantasmi di un altro tipo infestano il posto: gli spacciatori di alcolici. Servono con calma la clientela, generalmente lavoratori stranieri, che passano di soppiatto, biglietti già in mano. Il rituale delle transazioni dura solo una frazione di secondo. I gesti di rivenditori e consumatori si ripetono all’infinito.

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La scena potrebbe essere tratta da un episodio della serie “The Wire”, all’angolo di una famigerata strada di Baltimora. Solo che non siamo negli Stati Uniti ma in Qatar. Ad Asian City, più precisamente, una ventina di chilometri a sud di Doha. Una città segreta, nascosta, lontana da tutto e senza mezzi di trasporto, dove sono parcheggiati tra i 500.000 e gli 800.000 lavoratori asiatici e africani, principalmente manovali e guardie giurate. Sfinite dai compiti ripetitivi e fisici delle loro giornate, queste piccole mani del Qatar bevono per dimenticare la loro condizione di schiavi. Per loro l’alcol, la cui vendita è severamente vietata senza un permesso speciale, rappresenta una boccata di ossigeno avvelenato.

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