Dobbiamo lasciare il Sahel o restarci? Nove anni dopo l’avvio dell’operazione francese in Mali contro i movimenti jihadisti, la minaccia alla sicurezza si è estesa considerevolmente a tutta la regione. I rapporti con le autorità maliane non sono mai stati così esecrabili, la presenza francese mai così respinta dai leader politici del Paese e da parte dell’opinione pubblica. Inoltre, un nuovo attore, molto ostile a Parigi, si è stabilito stabilmente in Mali: la Russia.

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L’osservazione è amara, tanto più che la situazione della sicurezza negli altri paesi saheliani in cui la Francia interviene militarmente si è notevolmente deteriorata: in Burkina Faso, in Niger e, in misura minore, in Ciad. Pertanto, nel raggio d’azione di Barkhane, solo la Mauritania presenta una situazione consolidata contro la minaccia degli islamisti armati. Un record misto ottenuto al costo di 53 soldati “morto per la Francia” in Mali, la mobilitazione di quasi tutte le risorse operative francesi e al costo di un miliardo di euro l’anno.

Barkhane, oggetto di contesa

Stranamente, il futuro di questa guerra francese non è stato un argomento molto discusso dai principali candidati alle elezioni presidenziali. È stato affrontato nella campagna, di nascosto, il 17 febbraio, quando Emmanuel Macron ha formalizzato la partenza delle forze francesi dal Mali a causa del deterioramento delle relazioni tra Parigi e Bamako. Un allontanamento, ha precisato il presidente uscente, che non sigla il fallimento e la fine di Barkhane, ma il proseguimento dell’intervento francese sotto un nuovo format, che si basa sul pivot nigeriano e riduce progressivamente il volume dell’impegno francese in il Sahel.

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Questo sviluppo è condiviso a destra da Valérie Pécresse, che “speriamo che i nostri soldati, che hanno pagato il prezzo del sangue, possano continuare questa lotta contro l’islamismo, contro il jihadismo nel Sahel”. All’estrema destra, invece, c’è un appello per una rapida uscita della Francia dalla regione. Così, per Marine Le Pen, “la vera domanda è sapere come si parte e quali mezzi mettiamo a disposizione dell’esercito per poter partire in condizioni di sicurezza ottimali”.

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Éric Zemmour crede addirittura che il ritiro della Francia dal Mali avrebbe dovuto aver luogo con la fine dell’operazione Serval: “D’ora in poi, gli Stati che siamo venuti ad aiutare non ci rispettano o peggio ci insultano continuando a non riprenderci i loro clandestini. In questa vicenda, dove sono gli interessi della Francia? »giudica.

La linea di faglia è la stessa, a sinistra, tra i partiti tradizionali e l’estrema sinistra. Quindi, per Anne Hidalgo, dobbiamo continuare l’operazione Barkhane completandola “questo intervento che assicura la sicurezza delle popolazioni del Sahel, ma anche della nostra, qui in Europa, attraverso una politica che deve essere una politica di sostegno allo sviluppo”. Mentre Jean-Luc Mélenchon ci crede“Devi andartene solo perché è diventato insostenibile. Appena schiacciato sotto il peso della stupidità e della disinvoltura dei dirigenti civili francesi che si ubriacavano cercando di giocare alla guerra”.

Operazioni esterne, argomento molto poco discusso

Sulla questione più ampia delle operazioni esterne della Francia, le proposte dei principali candidati restano molto modeste. Jean-Luc Mélenchon intende rifiutare qualsiasi intervento militare francese senza un mandato delle Nazioni Unite, mentre Éric Zemmour si è impegnato a raddoppiare le forze preposizionate all’estero e all’estero per rafforzare la capacità di intervento francese. Gli altri candidati principali semplicemente non affrontano il problema.

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Così come non intendono – con la notevole eccezione di Jean Lassalle – porre fine alla prerogativa presidenziale che consente alle forze armate francesi di impegnarsi senza votazione in Parlamento o senza ricorso a referendum.

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