Fessure, corrosione e oscillazioni anomale restano tra i segnali più immediati di possibile deterioramento di un’infrastruttura. Ma per valutare la sicurezza di strade, ferrovie, ponti e gallerie occorre considerare anche un fattore meno visibile: il cambiamento delle condizioni ambientali rispetto a quelle esistenti al momento della progettazione.
Parametri ambientali diversi da quelli originari
È il punto centrale di un rapporto elaborato da Nexta, società di ingegneria del gruppo Bureau Veritas in Italia. Il documento richiama la necessità di affiancare alle ispezioni tradizionali una verifica delle condizioni in cui le opere sono chiamate a funzionare. Un’infrastruttura può infatti apparire ancora integra e, allo stesso tempo, trovarsi sottoposta a sollecitazioni differenti da quelle considerate nei calcoli iniziali.
Ogni opera viene progettata sulla base di parametri ambientali, idrologici, geologici e geotecnici determinati. Nel corso della vita utile, però, questi riferimenti possono cambiare. Tra gli elementi indicati nel rapporto ci sono:
- l’aumento delle temperature;
- l’alternanza tra periodi di siccità e precipitazioni intense;
- la modifica dei regimi di piena;
- la maggiore instabilità dei versanti.
Secondo l’analisi, questi mutamenti incidono sul quadro di riferimento e sulle sollecitazioni a cui sono sottoposte le infrastrutture. Per questo le verifiche non dovrebbero limitarsi alla ricerca di difetti visibili, ma comprendere anche l’adeguatezza dell’opera rispetto alle condizioni attuali del territorio e del clima.
La dimensione della rete italiana
Il rapporto colloca il problema in una rete infrastrutturale molto estesa. In Italia si contano circa 600.000 chilometri di strade, oltre 16.000 chilometri di linee ferroviarie, circa 240.000 ponti e viadotti censiti e 3.500 gallerie. Una quota compresa tra il 60 e il 70 per cento di queste opere è stata realizzata più di 30 anni fa, quando le condizioni climatiche, idrologiche e territoriali di riferimento erano diverse da quelle attuali.
Il quadro dei rischi territoriali è richiamato con i dati dell’Ispra relativi al 2023: nello scenario di pericolosità più elevata, il 18,4 per cento del territorio nazionale risultava esposto al rischio di frana e il 4,1 per cento a quello di alluvione. A questo scenario si aggiunge, secondo l’istituto, una tendenza caratterizzata dall’aumento rapido delle temperature, dalla riduzione della piovosità complessiva e da una maggiore intensità dei singoli eventi di precipitazione.
La valutazione periodica delle opere deve quindi tenere insieme lo stato materiale delle strutture e l’evoluzione del contesto in cui sono inserite. È su questa integrazione tra ispezioni, dati territoriali e condizioni climatiche che Nexta concentra il rapporto dedicato alle nuove fragilità delle infrastrutture italiane.